Sveglia alle dieci e un quarto. Avevamo puntato il telefono alle otto, lo giuro. L'idea era quella di essere operativi all'alba per vivere queste 48 ore a Roma da veri esploratori urbani, ma la verità è che non siamo fatti per le alzatacce. Marco ha provato ad aprire le finestre del Condominio Monti Boutique Hotel sperando che l'aria fresca mi ridesse vita, ma mi sono solo girata dall'altra parte. La palazzina d'epoca in cui abbiamo dormito è affascinante, silenziosa quanto basta, e il materasso era semplicemente troppo comodo per abbandonarlo al primo squillo.
Siamo usciti che la mattina era praticamente già sfumata. L'aria sapeva di caffè tostato e gas di scarico. Il Rione Monti a quell'ora è bellissimo: le botteghe artigiane alzavano le serrande rumorosamente, i vicoletti fioriti iniziavano a riempirsi di gente seduta ai caffè all'aperto. Essendo a due passi dal Colosseo e Fori Imperiali, avevamo pensato di iniziare da lì. Il piano originale? Entrare e fare il giro archeologico completo. La realtà? Una coda interminabile che faceva il giro dell'anfiteatro, roba da farti passare la voglia all'istante. Non avevamo comprato i biglietti online in anticipo, contravvenendo a tutte le regole d'oro del viaggiatore assennato. Nessuno dei due ha avuto il coraggio di mettersi in fila. Ci siamo limitati a girarci intorno, guardando questa mole immensa stagliarsi contro il cielo azzurro slavato.
La fame si è fatta sentire molto prima del previsto. Per evitare i classici ritardi dei mezzi di superficie avevamo deciso di muoverci a piedi o in metro. Abbiamo preso la linea B alla fermata Cavour. Avevo letto di fare molta attenzione ai portafogli sui mezzi pubblici, così ho tenuto lo zaino schiacciato sul petto per tutto il tragitto, guardando con sospetto chiunque si avvicinasse a meno di mezzo metro. Direzione Testaccio. Avevo prenotato da Felice a Testaccio in Via Mastro Giorgio con parecchi giorni di anticipo. Se non prenoti lì, semplicemente non mangi. Il cameriere, un signore con i capelli grigi e un'espressione indecifrabile, ci ha portato due piatti di pasta fumanti e ha iniziato a mantecare i tonnarelli cacio e pepe direttamente al nostro tavolo. Un gesto rapido e preciso. La crema di pecorino era densa, sapida, incollata alla pasta. Abbiamo chiuso il pranzo ordinando il loro tiramisù al bicchiere. Il conto non è stato propriamente leggero, ma valeva ogni singolo centesimo.
Pomeriggio dedicato al centro storico, cercando di smaltire i carboidrati. Il Pantheon ci ha accolto con la sua cupola spalancata sul cielo. Abbiamo guardato l'oculo aperto e il sepolcro di Raffaello, poi ci siamo diretti verso Piazza Navona. Abbiamo camminato lenti tra gli artisti di strada, ammirando la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini e la facciata di Sant'Agnese in Agone. C'era un tizio che faceva bolle di sapone enormi e un gruppo di bambini urlanti che cercava di scoppiarle.
Poi, l'errore tattico del nostro itinerario a Roma: la Fontana di Trevi. Tutti consigliano di andarci la mattina presto o la sera tardi per evitare il delirio. Noi ci siamo finiti in pieno pomeriggio. Onestamente? Uno stress inutile. Una folla pressata in modo disumano, gomitate nelle costole, gente ferma in posa plastica per decine di minuti. Sono riuscita a malapena a intravedere la fontana barocca tra le teste di cento sconosciuti. Un turista americano mi ha quasi colpito in faccia lanciando la sua moneta senza guardare indietro. L'opera è grandiosa, per carità, ma non ne potevo più di stare lì in mezzo a farmi calpestare i piedi. Ce ne siamo andati dopo meno di dieci minuti.
Per riprenderci dalla calca, abbiamo puntato verso Piazza di Spagna e Scalinata di Trinità dei Monti. Abbiamo dato un'occhiata alla Fontana della Barcaccia e iniziato a salire i gradini. Le gambe cominciavano a cedere vistosamente. Abbiamo continuato a camminare fino a raggiungere la Terrazza del Pincio e Villa Borghese giusto in tempo per il tramonto. Questo ha decisamente salvato il pomeriggio. Il belvedere del Pincio offre una vista totalmente aperta su Piazza del Popolo, con il cielo che virava sul viola sporco. C'era un ragazzo che suonava la chitarra seduto sul prato. Ci siamo accasciati su un muretto di pietra, senza dire una parola.
Il giorno dopo la storia si è ripetuta identica. Sveglia ignorata. Avevamo i biglietti per i Musei Vaticani e Cappella Sistina prenotati online per metà mattinata, per fortuna. Abbiamo dovuto prendere il famigerato bus 64. Ho fatto il biglietto da 1,50€ a una macchinetta automatica che accettava solo monete e me ne ha sputata una da due euro tre volte prima di decidersi a tenerla. Sul bus eravamo stipati in modo ridicolo. Anche qui, mano ferma sulle tasche dei pantaloni. Siamo entrati ai Musei letteralmente correndo nei corridoi per recuperare il ritardo. Gli affreschi di Michelangelo tolgono la parola, ma il flusso continuo di persone all'interno ti costringe a muoverti a piccoli passi trascinati.
Da lì ci siamo spostati alla Basilica di San Pietro. L'ingresso è libero, ma la fila per i controlli di sicurezza sotto il colonnato berniniano non scherzava affatto. Sole a picco, asfalto caldo, quarantacinque minuti buoni in piedi ad aspettare il nostro turno. Una volta dentro, lo spazio immenso della chiesa ti azzera i pensieri. Ci siamo fermati davanti alla Pietà di Michelangelo e poi abbiamo vagato guardando le altezze vertiginose dei soffitti.
Nel tardo pomeriggio siamo usciti e abbiamo passeggiato fino a Castel Sant'Angelo e Ponte Sant'Angelo. Il mausoleo di Adriano trasformato in fortezza papale si affaccia direttamente sul Tevere. Con la luce calante, le statue degli angeli sul ponte sembravano enormi. L'acqua del fiume sotto di noi scorreva piatta e marrone.
Ultima sera nel Rione Trastevere. Un groviglio di vicoli acciottolati medievali e piazzette dove era difficile farsi largo. Passando davanti alla Basilica di Santa Maria in Trastevere, siamo stati braccati da almeno tre camerieri diversi che cercavano di tirarci dentro i loro locali sventolando in faccia menu con le foto dei piatti. Avevamo letto il consiglio di diffidare di queste scene per trovare la vera cucina romana, e abbiamo tirato dritto scuotendo la testa.
Avevamo puntato l'osteria Tonnarello in Via della Paglia. Niente prenotazioni qui, quindi ci siamo messi in coda sul marciapiede. Venti minuti di attesa spesi a guardare i camerieri sfrecciare fuori e dentro con vassoi carichi. Il locale era rumoroso, caldo e accogliente. Abbiamo diviso dei carciofi alla giudia croccanti e mangiato primi romani serviti direttamente in dei pentolini di rame graffiati. Marco, stanco morto, ha fatto cadere la forchetta a terra. Il cameriere gliel'ha cambiata subito dicendogli con accento pesante che la prossima volta ci avrebbe addebitato due euro di penale per il disturbo. Abbiamo chiuso con il loro tiramisù preparato con i biscotti Gentilini, raschiando il fondo del barattolo con il cucchiaino.

