Siamo arrivati affamati, tanto per cambiare. Non importa quanto sia durato il viaggio, la prima cosa che faccio quando spengo il motore è cercare un posto dove sedermi e ordinare qualcosa. Questa volta, però, prima c'era da sistemarsi. Abbiamo parcheggiato e trascinato i trolley sui sampietrini fino al Sextantio Albergo Diffuso. Avevo letto che si trovava a 1.250 metri di quota, nel pieno centro del Borgo medievale di Santo Stefano di Sessanio, ma entrarci è stato strano. Le camere sono ricavate in palazzi d'epoca, la nostra aveva mura in pietra spessissime e un Wi-Fi che prendeva solo vicino alla finestra del bagno. A mio marito Marco andava benissimo, a nostra figlia di otto anni, Mia, decisamente meno.
Abbiamo dedicato a malapena un'ora a girare per il paese. È tutto un saliscendi di vicoli tortuosi e botteghe artigiane, ma la mia mente era già proiettata alla cena. Ci siamo infilati a Il Cantinone, in via Boragno 7. Appena entri c'è questo grande camino che domina la sala rustica. Ho ordinato vino locale e un paio di ricette della tradizione contadina del Gran Sasso che mi hanno rimesso al mondo. Usciti dal locale, faceva freddo per davvero.
La mattina dopo avevamo un appuntamento preciso: la visita guidata alle Grotte di Stiffe. Avevo letto ossessivamente il regolamento la sera prima. La prenotazione online dell'orario era caldamente consigliata, ma la cosa che mi preoccupava di più era la temperatura. Lì sotto ci sono 9°C costanti. Ho costretto tutta la famiglia a vestirsi a strati, con felpe pesanti e scarpe da trekking, beccandomi le lamentele di Marco che diceva che esageravo. Ovviamente, appena siamo entrati nel complesso carsico, ha smesso di fiatare. L'umidità ti entra nelle ossa. La visita dura sessanta minuti e si cammina su tratti scivolosi, di fianco a questa risorgenza attiva e cascate sotterranee che fanno un rumore assordante. A un certo punto Mia è mezza scivolata vicino a una stalattite, ho perso dieci anni di vita, ma ne siamo usciti interi.
Tornati alla luce del sole, abbiamo preso la macchina in direzione dell'Altopiano di Campo Imperatore. Le distanze qui ingannano: per collegare gli altopiani ci vogliono almeno 20-30 minuti, e il meteo cambia ogni quarto d'ora. A oltre 1.600 metri c'era un vento che ti spostava. Lo chiamano il 'Piccolo Tibet' d'Abruzzo per questi orizzonti sconfinati e brulli. Ci siamo fermati al Canyon dello Scoppaturo (Valianara). Marco ha provato a spiegare ai bambini che lì avevano girato film spaghetti western come 'Lo chiamavano Trinità', ma loro guardavano solo i sassi. Io, invece, guardavo l'orologio. Erano le 11:45.
Dovevamo sbrigarci. L'obiettivo dell'intero weekend in Abruzzo era uno solo: il Ristoro Mucciante a Fonte Vetica. È una macelleria storica dove non puoi prenotare il tavolo. Compri la roba fresca e te la cuoci da solo. Sapevo che nei fine settimana estivi bisogna arrivare prima delle 12:30, altrimenti le grandi fornacelle a carbone esterne sono tutte occupate e passi il pomeriggio in fila. Ce l'abbiamo fatta per un soffio. Abbiamo comprato una montagna di arrosticini e salsicce. Qui c'è stato il disastro. Marco si è piazzato alla fornacella convinto di essere il re del barbecue. Il fumo accecava, c'era cenere ovunque, e nel girare gli spiedini ne ha fatti cadere tre nella brace, bruciacchiandosi pure i peli del braccio. Abbiamo mangiato con le mani, sporchi di carbone, i vestiti che puzzavano di pecora affumicata. Era esattamente quello che volevo.
Nel pomeriggio, con la digestione in corso, abbiamo fatto una sosta veloce al Borgo di Castel del Monte, giusto il tempo di vedere le case fortificate e dare un'occhiata ai musei della civiltà pastorale, per poi prepararci al tramonto. La meta era il Castello di Rocca Calascio. Avevo letto i cartelli e le avvertenze sui blog: i posti auto sull'ultimo tornante sono pochissimi e le multe per sosta vietata sono severe. Abbiamo lasciato l'auto a Calascio paese e siamo saliti a piedi. La fortezza medievale a quasi 1.500 metri di quota è famosa per i film storici. Il tramonto è il momento migliore per la visita, dicono tutti. Onestamente? C'era troppa gente. Tutti in fila a spintonarsi per fare la stessa foto. Io non ne potevo più della ressa. Molto meglio scendere leggermente e sedersi sui gradini della Chiesa di Santa Maria della Pietà, un tempietto ottagonale in pietra sul sentiero appena sotto il castello. Lì c'era silenzio, e la luce sulla pietra era nettamente superiore.
Il terzo giorno lo abbiamo passato in auto, o quasi. Per scendere verso la zona dei laghi abbiamo affrontato un'ora e mezza di curve. Strade panoramiche, certo, ma un'infinità di tornanti che hanno messo a dura prova lo stomaco dei bambini. L'obiettivo era il Lago di Scanno, questo bacino montano naturale tra i Monti Marsicani. Abbiamo lasciato l'auto nel parcheggio a pagamento sulle rive (un parcometro infernale che prendeva solo monete, ho svuotato i sedili per trovare 6 euro). Invece di rilassarci subito, ho imposto il trekking al Sentiero del Cuore.
La salita dura un'ora. Fa caldo, e la polvere si attacca alle scarpe. Le fontane lungo il percorso non buttano acqua, quindi per fortuna avevamo lo zaino con un litro a testa, come suggerito da un signore del posto. Abbiamo superato l'Eremo di Sant'Egidio, una chiesetta campestre con un belvedere sul borgo, e infine siamo arrivati sul Colle di Sant'Egidio. Da lì, il lago ha davvero quella prospettiva a forma di cuore. Bello, bellissimo, ma io pensavo al pranzo.
Scesi al lago, mentre i bambini pretendevano un giro sui pedalò a noleggio, io cercavo recensioni. Abbiamo ripiegato sul Ristorante La Baita, poco distante, per chiudere il nostro itinerario in Abruzzo con altri piatti tipici pesantissimi, incuranti dei 30 gradi esterni. Solo nel tardo pomeriggio ci siamo trascinati nel Centro storico di Scanno, il 'borgo dei fotografi'. Niente di finto, solo vicoli in pietra scura, archi e botteghe di oreficeria tradizionale. Abbiamo camminato in silenzio, stanchi morti, sapendo che l'indomani avremmo dovuto affrontare il rientro.

