Sono arrivato ad Agira che era già primo pomeriggio. Non sono esattamente una persona da albe spettacolari, anzi: prima delle 10 del mattino il mio cervello si rifiuta di collaborare, e questo, devo ammetterlo, ha condizionato non poco i ritmi del weekend. Avevo parcheggiato l'auto lungo la circonvallazione, come avevo letto da qualche parte, visto che le strade del centro storico sono strette, ripide e piene di saliscendi che ti spaccano le gambe. E meno male che l'ho fatto: appena sceso, con il mio zaino, ho capito che anche solo raggiungere il B&B sarebbe stata una piccola impresa.
Ho dormito al Mamà B&B. Wifi un po' ballerino (ci ho messo dieci minuti buoni per caricare una mappa), ma la camera aveva un balcone che dava su un panorama che, da solo, giustificava la fatica della salita. Dopo aver mollato la roba, ho deciso di fare un giro verso la Chiesa Reale Abbaziale di San Filippo d'Agira, in via Vittorio Emanuele. È il cuore religioso del paese, custodisce un Crocifisso ligneo di Frate Umile da Petralia. Mi sono seduto un attimo sui gradini fuori per riprendere fiato. A un certo punto, un anziano del posto, che chiamerò Carmelo per comodità, mi fa notare che avevo una scarpa slacciata, ridacchiando sotto i baffi.
Per cena, ho puntato su Seeasily Trattoria Moderna, in via Arpa. Vista panoramica e un menu curato dallo chef Realforte. Ho mangiato bene, ma il vero trauma è stato quando ho chiesto se facevano anche pizze: il cameriere mi ha guardato come se avessi bestemmiato. Evidentemente qui si reinterpreta seriamente la cucina ennese.
Il giorno dopo, ovviamente, mi sono alzato tardi. Il piano originale era fare trekking al Lago Pozzillo, ma tra la sveglia ritardata e la colazione lunghissima, sono arrivato lì che era quasi mezzogiorno. Il lago è un bacino artificiale, circondato da boschi di eucalipti. Ho camminato per un po', ma senza scorta d'acqua e con le mie scarpe da ginnastica usurate sugli sterrati, ho ceduto in fretta. Un consiglio pratico: portatevi roba da mangiare se andate, perché i punti ristoro sono un miraggio.
Nel pomeriggio, ripresa la macchina (qui l'auto è indispensabile, gli autobus sono più un concetto astratto che una realtà), mi sono spostato verso Leonforte, a circa 15 minuti, per vedere la Granfonte di Leonforte. Fontana monumentale barocca, 24 cannelle d'acqua. Molto scenografica. Da lì, ho fatto un salto a Nissoria (altri 10 minuti) per la Chiesa Madre di San Giuseppe, con i suoi affreschi di Elio Romano.
La vera scoperta gastronomica, però, è arrivata dopo. Ho fatto tappa alla Bottega delle Cassatelle, sulla circonvallazione. Non fate l'errore di pensare alla cassata occidentale: la cassatella agirina è una mezzaluna al forno ripiena di cacao, pasta di mandorle e cannella. Ne ho prese due, costavano poco (credo un euro e qualcosa l'una), e le ho divorate in macchina facendo cadere le briciole ovunque. Sinceramente? Molto più buone di certi dolci famosi strapagati.
L'ultimo giorno, ho deciso di sfidare la mia pigrizia e affrontare la Riserva Naturale Orientata Vallone di Piano della Corte, appena fuori Agira. Un'oasi fluviale tra olmi e pioppi. Ho anche provato a cercare il famoso codibugnolo siculo, ma non ho visto neanche un passero.
Per il tramonto, ho seguito un consiglio prezioso: sono salito al Castello di Agira e Monte Teja. A oltre 800 metri di altitudine, ci sono questi ruderi medievali e saraceni. La salita mi ha lasciato senza fiato (letteralmente), ma la vista spaziava dal Lago Pozzillo fino al profilo dell'Etna. Ne valeva la pena. Per chiudere, cena da Vunnanzia Ristorante Pizzeria: atmosfera autentica, prodotti dell'entroterra e, stavolta sì, una pizza degna di questo nome.

