Io ho un problema con le folle. Non le sopporto. Mi mettono ansia i gomiti estranei, le code lente sui marciapiedi, i tavolini dei bar così attaccati che puoi contare i respiri del vicino. Quindi, quando abbiamo deciso di organizzare un weekend a Bologna, la strategia era una sola: svegliarci prima degli altri e incastrare gli orari per trovare le strade più vuote possibile.

Abbiamo lasciato l'auto ben lontana dai viali. Il centro storico è quasi totalmente zona a traffico limitato e nei fine settimana le strade principali diventano del tutto pedonali. L'idea di infilarsi in quel ginepraio con quattro ruote era da escludere a priori. Ci siamo mossi solo a piedi, complice il fatto di aver scelto come base l'Albergo delle Drapperie, infilato in un palazzo dell'Ottocento proprio in mezzo alle vie antiche. La camera aveva il soffitto alto e il wifi che prendeva a malapena vicino alla finestra, ma non eravamo lì per guardare lo schermo del telefono.

Sabato mattina. Sveglia alle 6:45. L'aria era ancora fredda e pungente quando siamo usciti. Passeggiare a quell'ora ti fa percepire le dimensioni vere degli spazi. Siamo arrivati in Piazza Maggiore e Basilica di San Petronio che non c'era quasi nessuno, a parte un paio di netturbini e un furgone delle consegne. Un vuoto enorme, silenzioso. Siamo entrati nella basilica, che è rimasta incompiuta con la sua facciata tagliata a metà. Il pavimento in pietra era gelido, i nostri passi rimbombavano. Abbiamo seguito la linea della meridiana al coperto più lunga del mondo tracciata sul pavimento, cercando di capire i segni sbiaditi della luce. Visitarla a quest'ora ha senso: niente brusio, solo l'odore di cera e polvere vecchia.

Poco dopo è successo il primo intoppo. Io, convinto di avere la mappa stampata in testa, ho guidato Elena verso piazza di Porta Ravegnana per vedere le torri. Vicolo cieco. Transenne, reti di plastica arancione e cartelli ovunque. La Torre della Garisenda e la Torre degli Asinelli sono chiuse per lavori urgenti di messa in sicurezza. I percorsi pedonali lì intorno erano bloccati o deviati. Elena mi ha guardato alzando un sopracciglio, stringendosi il giubbotto. "Ottimo senso dell'orientamento", ha sentenziato. Abbiamo dovuto fare un giro lunghissimo per aggirare il cantiere.

Verso metà mattina ci siamo infilati verso il Ghetto Ebraico per la Finestrella di Via Piella. La chiamano la piccola Venezia. Ci siamo fermati appena dieci minuti, affacciati su questo scampolo di canale delle Moline che scorre stretto tra le case sbrecciate. Niente di esagerato, solo un muro color mattone, l'acqua scura sotto e l'edera che pende.

Mezzogiorno. Il momento critico. Avevamo fame e volevamo mangiare all'Osteria dell'Orsa, in piena Zona Universitaria. I prezzi sono popolari e per le loro tagliatelle al ragù la gente farebbe a pugni, ma non accettano mezza prenotazione. La regola d'oro è presentarsi con larghissimo anticipo. Ci siamo piazzati davanti alla porta mezz'ora prima dell'apertura, battendo i piedi per il freddo. Quando il cameriere ha girato il cartello, avevamo i posti assicurati. Il tavolo ballava vistosamente sotto il mio gomito, ma le tagliatelle erano dense, ruvide, bollenti. Abbiamo pagato il conto lasciando tre euro esatti in monete di mancia, svuotando il fondo delle mie tasche pesanti.

Nel primo pomeriggio, per sfuggire al caos dei tavoli che si stavano riempiendo, abbiamo cercato riparo al Complesso di Santo Stefano (Le Sette Chiese). Si entra lasciando un'offerta libera. È un labirinto di chiese e mattoni rossi collegati tra loro, con chiostri romanici dove i rumori della strada semplicemente smettono di esistere. Ci abbiamo passato un'ora e mezza, seduti sui muretti del chiostro, a fissare i pilastri irregolari mentre il cielo si annuvolava. Nessuno parlava ad alta voce.

Il tardo pomeriggio ci ha trascinati, quasi per inerzia, verso il Mercato Quadrilatero. Le vie Drapperie e Pescherie Vecchie a quell'ora sono esattamente l'opposto di ciò che cerco: gente, vociare, spintoni. Ma l'odore ti frega. Formaggio stagionato, mortadella tagliata fresca, pane caldo. I banchi storici buttano fuori profumi spessi come nebbia. Abbiamo comprato un pezzo di parmigiano in una bottega pagandolo al grammo, masticandolo camminando.

Domenica mattina avevamo bisogno di muoverci. Di fare fatica. Niente bus, niente navette. Ci siamo messi in marcia verso il Portico di San Luca e Colle della Guardia. Da Porta Saragozza è una salita continua. Un'ora e mezza di cammino e 666 arcate. Il fiato corto, i polpacci che bruciavano già a metà strada, il sudore sotto la sciarpa. A un certo punto, mentre ansimavo su un gradino particolarmente ripido, ci ha superato il trenino turistico San Luca Express. Elena ha guardato i passeggeri comodamente seduti oltre i finestrini, poi ha guardato me. "La prossima volta organizzo io", ha mormorato, riprendendo a salire.

Scesi dal colle, affamati e con i piedi doloranti, ci siamo fermati alla Trattoria Trebbi in via Solferino. Esiste dal 1946 e si vede dalla calma con cui fanno le cose. Ci siamo seduti nel dehor sotto i portici. Tortellini in brodo, nonostante fuori non facesse più così freddo, per reintegrare i sali persi. Brodo vero, grasso al punto giusto, pasta spessa.

Abbiamo chiuso l'itinerario a Bologna con due appuntamenti prenotati al millimetro per non fare code. Prima, la Torre dell'Orologio e Collezioni Comunali d'Arte. Con la prenotazione oraria si sale dentro Palazzo d'Accursio in modo fluido. Dalla cima, la vista sui tetti rossi di Piazza Maggiore ti fa capire come la geometria di questa città sia rimasta identica ai secoli passati.

Infine, il Teatro Anatomico e Palazzo dell'Archiginnasio. Solo tre quarti d'ora di visita, ma forse è il posto più strano che abbiamo visto. Un anfiteatro del Seicento scolpito interamente in legno di abete. L'odore del legno secco è forte. A sorreggere il baldacchino ci sono le sculture degli Spellati. Uomini di legno senza pelle, con i muscoli e i tendini esposti. Li ho fissati a lungo. Una strana sensazione di disagio fisico e fascino assoluto. Siamo usciti in strada proprio mentre i lampioni si accendevano e la folla della domenica sera invadeva i portici, pronti a tornare a casa.

Dove abbiamo dormito

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